Banche e crediti deteriorati: torna in ballo l’ipotesi bad bank europea. Si potranno far sparire 1000 miliardi di debiti sotto al tappeto?

Se fino a qualche anno fa il problema principale che attanagliava l’Europa e in modo particolare alcuni Paesi più in difficoltà, tra i quali l’Italia, era il debito pubblico (che è ancora lì), negli ultimi mesi anche il nodo dei crediti deteriorati delle banche si sta imponendo sul dibattito europeo. Ormai commissione, EBA, BCE sono tutti concordi sulla necessità di risolvere il problema dei crediti malati delle banche europee stimati in una montagna di oltre 1.000 miliardi. E come precisa oggi il Financial Times, oltre un quarto di questi crediti malati, circa 276 miliardi, sono nella pancia delle banche italiane.

Quindi l’idea di una bad bank di sistema sarebbe un’opportunità per le banche italiane di guarire dal cancro dei crediti deteriorati? Forse sì, ma potrebbe anche essere un bel problema, un altro fardello che il comparto bancario e lo Stato italiano devono caricarsi sulla schiena.

Bad bank europea: la proposta

Non si tratta di una novità: l’idea di creare una bad bank di sistema circola da qualche anno tra ministri dell’economia e autorità di vigilanza. Ma non si è mai concretizzata per la difficoltà di trovare il giusto equilibrio tra le necessità del sistema, il problema del prezzo dei crediti deteriorati, le regole europee che vietano gli aiuti di Stato e la contrarietà di alcuni Paesi alla condivisione del rischio.

Questa volta a farsi avanti è il numero uno dell’EBA che riapre il dibattito mettendo sul tavolo un’ipotesi di bad bank. Si tratterebbe di un veicolo finanziato con capitali privati, pronto ad acquistare crediti inesigibili sul mercato al loro valore economico, per poi rivenderlo allo stesso prezzo. Per farlo potrebbe anche emettere debito per incassare le risorse necessarie all’acquisto dei crediti.

Poi, secondo la proposta di Enria, il veicolo avrebbe tre anni di tempo per rivendere sul mercato i crediti deteriorati acquistati dalle banche: l’obiettivo è di vendere i pacchetti di NPL al loro valore economico, cioè al valore riconosciuto loro dalle banche che li avevano a bilancio.

Se la vendita non dovesse andare in porto, ha spiegato Enria, “la banca dovrà subire il prezzo di mercato”. Cioè la differenza tra il valore economico riconosciuto dalla banca ai crediti deteriorati e il prezzo di mercato (che è nettamente inferiore) ricadrà sulle spalle della banca. Per colmare questa differenza potrebbe intervenire lo Stato con una ricapitalizzazione precauzionale, come quello che il Governo italiano sta mettendo a punto per MPS.

In questo caso però, secondo le regole europee sugli aiuti di Stato, parte delle perdite dovrebbero ricadere anche su azionisti e obbligazionisti della banca in questione.  

Nella sua presentazione, Enria ha più volte sottolineato che la sua proposta di creare una bad bank di sistema non prevede alcuna mutualizzazione dei rischi perché, nel caso di insuccesso dell’operazione di acquisto e poi vendita del credito in sofferenza, a ricapitalizzare la banca sarebbe il Paese di riferimento. La precisazione è necessaria vista la contrarietà di alcuni Paesi membri dell’UE, Germania in prima fila, a mettere in comune i rischi finanziari legati alle banche.

In pratica, il veicolo sarebbe di respiro europeo e in caso di successo dell’operazione sarebbe utile a ripulire il comparto bancario comunitario dai crediti deteriorati. Ma se qualcosa andasse storto le perdite andrebbero a ricadere sulle spalle dei Governi e dei contribuenti del Paese di riferimento, non sull’intera Unione o sulla band bank di sistema.

Bad bank di sistema: una buona idea per l’Italia?

Siamo ancora nel mondo delle ipotesi. La presentazione di Enria ha fornito i principi di base del progetto, ma senza scendere nei dettagli tecnici. È quindi molto difficile, stando così le cose, farsi un’idea di cosa potrebbe accadere nel corso di un’operazione simile.

Azzardare qualche riflessione però, non costa niente. L’Italia sarebbe tra i Paesi più interessati da un’opera di pulizia dei bilanci bancari: sui mille miliardi di crediti deteriorati, circa 276 sono nelle banche tricolore. E la quota di crediti malati che pesa su totale dei prestiti in Italia si aggira intorno al 16%, un dato tra i più alti in Europa.

La prospettiva di liberarsi per tre anni dei crediti deteriorati sarebbe certamente positiva perché darebbe la possibilità alle banche italiane di cercare di tornare alla redditività senza l’ossessione dei requisiti patrimoniali. L’altra faccia della medaglia, però, è che le banche italiane dovrebbero mettersi completamente a nudo di fronte ai regolatori europei. Vendere al valore economico i crediti deteriorati significa fare una grande operazione di trasparenza e verità sui bilanci delle banche e sulle svalutazioni dei crediti malati. Prospettiva che potrebbe preoccupare gli istituti italiani abituati a nascondere – indisturbati dalla vigilanza nazionale – la polvere sotto il tappeto.

Ma il problema più grosso, come sempre quando si parla di crediti deteriorati, è il prezzo. Il mercato dei crediti malati, infatti, ha prezzi molto bassi a causa dei compratori che puntano a massimizzare il rendimento dei propri investitori approfittando delle necessità regolamentari delle banche che devono liberarsi a tutti i costi di questi fardelli.

La differenza di prezzo andrebbe a ricadere sulle banche e il rischio concreto è che l’operazione di pulizia dei bilanci finisca per provocare ingenti perdite sul settore bancario. Niente paura, dice l’EBA, interviene lo Stato.

Ma lo Stato i soldi per intervenire a coprire i buchi nelle banche da qualche parte li dovrà trovare e comunque anche la ricapitalizzazione precauzionale pubblica non è indolore per i clienti della banca. Sul punto si dovrà trovare l’accordo con la Commissione europea, ma è probabile che all’intervento dello Stato faccia seguito in modo automatico il Burden sharing (come accaduto per MPS) e quindi la condivisione delle perdite con azionisti e obbligazionisti.

È presto per dare un giudizio sulla proposta, ma l’impressione è che sia una grande opportunità per il sistema bancario italiano a patto però, che tutto fili liscio come l’olio. Altrimenti l’operazione di pulizia dai crediti deteriorati rischia di dare un altro brutto colpo al fragile comparto italiano del credito. 

Fonte: it.ibtimes.com

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