Disoccupazione in risalita, finito il doping degli sgravi: numeri negativi e qualità scarsa per l’occupazione italiana

Il dato non soprende affatto, ma conferma un timore avanzato da molti nei mesi scorsi. Lo spiraglio di luce che l’occupazione italiana ha visto nel corso del 2015 non deriva dal Jobs act e dalla tanto invocata flessibilità, ma da un fattore ben più concreto: gli sgravi fiscali. La riforma del mercato del lavoro fatta tramite il Jobs act non ha spinto l’occupazione, non ha convinto i datori di lavoro ad assumere o a stabilizzare con un contratto a tempo indeterminato coloro che prima erano precari, niente di tutto questo. A porre un “più” davanti al numero dei nuovi contratti attivati sono stati, molto, banalmente, gli 8mila e passa euro che i datori di lavoro sapevano di poter risparmiare per tre anni. E il Jobs act, questo sì l’ha fatto, ha dato loro la tranquillità che “finiti gli sgravi, finito amore” e dopo quei tre anni di contratto a basso costo possono tranquillamente mandare a casa il dipendente. Sarà interessante nel 2019, a sgravi scaduti, vedere quanti di quei contratti attivati grazie agli sgravi fiscali resteranno in piedi o si trasformeranno in “cessazioni” nelle tabelle ISTAT. Ma non andiamo troppo avanti con le previsioni.

L’ISTAT ha pubblicato i dati del lavoro relativi al mese di febbraio, una disfatta su tutta la linea: la disoccupazione cresce, l’occupazione cala e l’inattività cresce. Riassumendo: meno persone che lavorano, più persone che cercano lavoro o che non lo cercano più perché sono scoraggiate. A febbraio, il tasso di disoccupazione è salito all’11,7%, gli occupati sono calati di ben 97mila unità tornando ai livelli di dicembre e tra gli scoraggiati crescono soprattutto le donne. “Dopo la forte crescita registrata a gennaio 2016 (+0,7%, pari a +98 mila) – scrivono l’ISTAT – presumibilmente associata al meccanismo di incentivi introdotto dalla legge di Stabilità 2015, il calo registrato nell’ultimo mese riporta la stima dei dipendenti permanenti ai livelli di dicembre 2015”.

Unico dato in positivo, se così lo vogliamo chiamare, è quello relativo alla disoccupazione dei giovani che cala dello 0,1%, un niente dal momento che la disoccupazione della classe 15-24 resta al 39,1%, tra le percentuali più alte d’Europa.

I dati ISTAT, in sostanza, seguono e confermano quelli già pubblicati dall’Osservatorio sul precariato dell’INPS che hanno rilevato il boom di contratti a tempo indeterminato a dicembre e il crollo a gennaio. I datori di lavoro, infatti, consapevoli che gli sgravi fiscali si sarebbero più che dimezzati nell’importo e ridotti nel tempo, hanno fatto la corsa alle assunzioni entro il 31 dicembre 2015.

Far ripartire l’occupazione in un Paese che ha sofferto anni di crisi economica e recessione è un’operazione complessa, un impegno che va preso seriamente. Usare mancette e doping fiscale non è certamente la strada giusta per dare all’Italia una ripresa dell’occupazione stabile e duratura nel tempo. I tentativi del governo sembrano più volti a rivendicare qualche migliaio di contratti a tempo indeterminato e montarci sopra una campagna elettorale permanente che per creare le condizioni affinché questo Paese riparta davvero. Nel 2015 abbiamo capito che finché ci sono gli sgravi fiscali (e la possibilità di licenziare dopo) i datori di lavoro assumono, quando finiscono si bloccano le assunzioni. Allora perché non ridurre drasticamente e in modo strutturale, permanente, il costo del lavoro? Perché i soldi non ci sono o si preferisce gettarli nel cassonetto con spintarelle o aiutini una tantum il cui effetto dura meno di un campionato di calcio.

Per portare nuovamente in positivo l’occupazione servono riforme strutturali serie e una ripresa economica, un ritorno alla crescita che spinga all’insu la produttività e gli investimenti. Così non solo si avrebbe un miglioramento del mercato del lavoro dal punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo. Mentre noi ci affanniamo a rincorrere e commentare gli zero virgola rilevati da INPS e ISTAT, l’OCSE ha fornito tre importanti indicatori con cui misurare la “salute” del mercato del lavoro analizzati da Lavoce.info.

Il primo, la qualità delle remunerazioni vede l’Italia vicina alla media OCSE: i salari medi sono inferiori, ma comunque le disuguaglianze sono meno marcate rispetto ad altri Paesi soprattutto quelli dell’Est Europa che sono in fondo alla classifica. Siamo, invece, tra gli ultimi della classe se si parla degli altri due fattori: la protezione nel mercato del lavoro che misura la probabilità di perdere il posto di lavoro e ricevere un sostegno dallo Stato; e la qualità dell’ambiente di lavoro che prende in considerazione gli aspetti non economici.

I dipendenti italiani sono poco tutelati, l’Italia si trova al terzultimo posto prima di Spagna e Grecia a pari merito con il Portogallo. Ai tempi del Jobs act i lavoratori italiani hanno molte possibilità di perdere il lavoro, di avere difficoltà a trovarne un altro in tempi brevi e gli aiuti da parte dello Stato per coloro che restano senza occupazione sono ancora ridotti e parziali. La qualità del posto di lavoro vede l’Italia nella parte bassa della classifica insime a Polonia, Portogallo, Slovenia, Slovacchia, Ungheria, Spagna e Grecia.

Il quadro che emerge da questi dati è desolante: in Italia si fatica a trovare lavoro e su quei fortunati a cui viene chiesto di firmare un contratto di lavoro a tempo indeterminato resta comunque la spada di Damocle di essere licenziato e non avere alcuna tutela da parte dello Stato.

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