In 20 anni falliti 6 referendum su 7! E’ arrivata l’ora di togliere il quorum.

Si è conclusa la tornata referendaria sulle concessioni delle trivellazioni e ancora una volta ha vinto l’astensionismo.
Così come è congegnato ora il referendum ormai è diventanto uno strumento inutile, l’arma per eccellenza del volere popolare è stata spuntata e stà lì in cantina ad arruginire.
E’ giusto ancora mantenere il fatidico “quorum”? No per una serie di motivi.

Innanzitutto bisogna porsi la domanda: è giusto che su 47 milioni di aventi diritto al voto, l’opinione di 23 milioni di italiani votanti sia  ignorata?
Ricordiamo lo storico caso del 1999 in cui ci fu il 49,6% di votanti per la legge elettorale ed il referendum non fu ritenuto valido.

E’ sostenibile che una mobilitazione di simile proporzione, con costi enormi sia per lo Stato per l’organizzazione e sia per i cittadini per gli spostamenti, possa finire in un nulla di fatto a causa di una bella giornata di sole?

Calcolando la crescente emigrazione da parte degli Italiani (adesso sono 4,5 milioni all’estero) e le modalità di voto (loro votano per corrispondenza) è storicamente provato che il voto all’estero per il referendum raggiunge numeri bassissimi, quasi nulli. Questo grande numero di aventi diritto al voto non fanno altro che allontanare la possibilità che il giudizio popolare possa incidere sulla politica del paese.

E’ giusto che un italiano possa votare per il “NO” stando seduto sul divano a guardarsi la televisione mentre chi deve votare per il “SI” deve recarsi alle urne? Perchè praticamente questo è il risultato di 20 anni di referendum, a causa di un meccanismo che predilige l’immobilismo e rende ostico per il cittadino l’abrogare una norma voluta dal parlamento. Chi è favorevole e chi è contrario ad un quesito devono egualmente recarsi alla urne, chi non vuole pronunciarsi non dove avere il potere di annullare l’iniziativa di altri milioni di Italiani non facendo niente.

E’ giusta una simile distinzione di trattamento tra referendum popolare e referendum costituzionale?
Nelle modifiche fatte dall’alto sulla Costituzione non è necessario il raggiungimento di alcun quorum, mentre i referendum che partono dal basso (ricordiamo che i referendum abrogativi possono essere di vitale importanza per la democrazia di questo paese) vengono quasi sempre dissinnescati mediante quorum.

In questo periodo di accentramento del potere nelle mani del governo diventa di prioritaria importanza dare ai cittadini uno strumento di controllo sulle leggi che effettua un parlamento dominato da una maggioranza spropositata da parte del governo, infatti grazie alle leggi elettorali attuate da un po’ di anni a questa parte (italicum e porcellum) il partito di governo potrà contare su un ampio numero di deputati ottenuti con un marcato premio di maggioranza.
Invece sembra che la volontà del governo attuale viri proprio verso la direzione opposta (basti pensare all’aumento delle firme per le leggi di iniziativa popolare da 50.000 a 250.000) e quindi possiamo intuire che una modifica simile non rientrerà tra le sue priorità, ma questo non toglie la necessità di questo cambiamento e la pretesa da parte dei cittadini che questo avvenga il prima possibile.

Oltretutto l’invito all’astensionismo da parte di Renzi e di buona parte del governo, proprio in quest’ultimo referendum, dovrebbe far capire il rischio che si sta correndo, una estromissione del volere popolare dalla politica. La demolizione di un criterio fondamentale della nostra Costituzione e della nostra Repubblica cioè il diritto-dovere di ogni cittadino di informarsi e partecipare alla gestione della res publica. L’intestarsi le astensioni come conferma alle proprie leggi da parte di chi le fa e vedere fallire il referendum come una vittoria è un precedente che dovrebbe far riflettere molto seriamente sulla questione, come anche il voler spendere appositamente 360 milioni di euro per scorporare il referendum dalle amministrative per poi dare la colpa alle regioni di aver voluto un referendum inutile.

Ricordiamo che per indire un referendum abrogativo si devono raggiungere 500.000 firme oppure deve esserci la richiesta da parte di almeno 5 Consigli Regionali, perchè porre altri paletti?

Se gli Italiani che si informano e che vogliono esprimere la loro fossero 10 milioni o anche 1 milione cosa cambierebbe? Se c’è un tessuto vivace nella popolazione italiana che vuole partecipare alla vita politica ed è disposto a farsi carico del fardello composto dai tanti altri che ignorano o si disinteressano delle decisioni che un gruppo di persone, riunite in un palazzo, decide sulla loro pelle perchè questi ultimi devono annientare la voglia di partecipazione dei primi?

Tutto viene programmato in funzione del non-voto, purtroppo ormai è chiaro che la nostra classe politica, se potesse, ci pagherebbe per stare a casa e non andare a votare.
Andando avanti così ci spingeranno sempre più verso l’idea che i referendum (e talvolta anche le elezioni) siano inutili, una spesa di denaro insostenibile per lo Stato e che il non voto sia una posizione politica, una scelta degna di rispetto come il voto, qualsiasi esso sia. In una democrazia partecipata come l’Italia, che almeno su carta lo è sempre stata, è inaccettabile questo tentativo di scardinamento dei fondamenti democratici che la dovrebbero caratterizzare e a tal proposito ricordiamo le parole di Paolo Grossi, presidente della Corte Costituzionale: «la partecipazione al voto fa parte della carta d’identità del buon cittadino»

a cura di D. Di Mare

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