Indagava su Ustica, radiato dall’Aeronautica. Ma la firma di Pertini era falsa

La firma non era di Pertini: è carta straccia la radiazione di Mario Ciancarella, capitano dell’Aeronautica militare al momento della strage di Ustica. Il Tribunale Civile di Firenze ha confermato i dubbi la firma del Presidente Pertini che compare sul quel decreto è un volgare falso ed è stato accertato sulla base di due perizie – una di parte ed una disposta dal Magistrato – che hanno potuto rilevare come il falso sia tanto evidente quanto eseguito con assoluta approssimazione. Ciancarella era Capitano Pilota dell’A.M. nonché leader del Movimento Democratico dei militari (che nasceva dalla contaminazione delle forze armate con la cultura sociale e democratica). Convocato e ricevuto, nel 1979, al Quirinale dal Presidente Pertini, insieme a Sandro Marcucci e Lino Totaro, Mario Ciancarella era divenuto referente delle rivelazioni da tutta Italia delle vere o false ignobiltà che si compivano nel mondo militare.

In questo contesto, anche il maresciallo Mario Alberto Dettori, radarista a Poggio Ballone la notte di Ustica, decise di fidarsi di lui e di confidargli: «Capitano siamo stati noi…», «Capitano dopo questa puttanata del mig libico…». Una pista, tralasciata dalle indagini ufficiali, ma ripresa, nel 1999 da una lunga inchiesta del quotidiano Liberazione grazie proprio alla collaborazione di Ciancarella.

Mario Alberto Dettori verrà trovato impiccato nel 1987. Un “suicidio impossibile” ma, sbrigativamente chiuderanno la questione. Una delle tante vittime della Strage dopo la Strage.

Per questo suo ruolo di esponente di punta Ciancarella divenne talmente scomodo da indurre “qualcuno molto in alto” a falsificare, nell’ottobre 1983, la firma del Presidente Pertini nel Decreto Presidenziale di radiazione. Un vero e proprio colpo di Stato. La copia del decreto di radiazione gli verrà consegnata, su sua richiesta, solo 9 anni più tardi e dopo la morte di Pertini. E’ lì che partì la lunghissima battaglia di Ciancarella per la restituzione della propria dignità e per la verità su Ustica e dintorni.

L’Associazione Antimafie Rita Atria, con orgoglio, da 22 anni (da quando è stata fondata), lotta accanto a Mario Ciancarella (che figura tra i fondatori) senza mai retrocedere di un solo passo. «Nonostante tutto e tanti, troppi “consigli”». L’appuntamento è per il giorno 22 ottobre in una libreria di Lucca per documentare quanto è accaduto, interrogarsi sui motivi che hanno potuto suggerire un simile scempio del diritto e prospettare le conseguenze politiche e giudiziarie del pronunciamento del Tribunale di Firenze. Intanto, l’avvocato dell’associazione e della famiglia Lorenzini ha interrogato il Capitano Ciancarella depositando la trascrizione presso la Procura di Massa dove nel 2012 è stata riaperta una indagine per fare luce sulla morte dell’ex Tenente Colonnello dell’AM Alessandro Marcucci avvenuta il 2 febbraio 1992 mentre era al comando di un Piper in missione di avvistamento incendi per la Regione Toscana. Nel 1992 l’inchiesta aveva concluso che si era trattato di un “incidente” ma è una storia che pare iscriversi nella lunga scia di vittime che si sono succedute all’indomani della strage di Ustica. La famiglia Dettori, informata sui fatti, ha dichiarato che farà pervenire tutte le sue considerazioni e i commenti il giorno della conferenza stampa.

Perché c’è un filo tra la vicenda di Dettori e Marcucci. E Ciancarella ha provato in 33 anni a non farlo spezzare: Marcucci era un ufficiale brillante, capace e attivo nel movimento per la democratizzazione delle forze armate. Ma, soprattutto, stava indagando con discrezione sulla strage di Ustica insieme all’amico e collega Ciancarella. La loro fonte era Dettori che li aveva contattati, insinuando il terribile sospetto che il Dc9 Itavia Bologna-Palermo il 27 giugno 1980 non fosse precipitato per un cedimento strutturale, ma nei cieli di Ustica si fosse trovato al centro di uno scenario di guerra, abbattuto da un missile aria-aria. Dettori era radarista nella base di Poggio Ballone, vicino a Grosseto, ed era di turno la sera del 27 giugno. Vide quindi tutto.  Quando la mattina dopo tornò a casa, era agitatissimo. Con la moglie e la cognata si fece sfuggire solo alcune frasi. «Tornò a casa stravolto. Alberto aveva visto tutto sul radar e aveva dato l’allarme. Qualcuno lo picchiò e gli disse “fatti i cazzi tuoi” – racconterà a un cronista sardo, la cognata Sandra Pacifici – stanotte è successo un casino, qui finiscono tutti in galera. Siamo stati a un passo dalla guerra». Tre giorni dopo telefonò allora al capitano Ciancarella, conosciuto qualche anno prima a una riunione dei “militari democratici”. «Dettori era agitato. Mi disse subito: “Siamo stati noi a tirarlo giù, capitano, siamo stati noi. “Ho paura, capitano, non posso dirle altro al telefono. Qui ci fanno la pelle». Ma tre settimane dopo, quando venne ritrovato il Mig 23 libico sui monti della Sila, Dettori richiamò Ciancarella. Questa volta era calmo, lucido. «Mi disse che la storia del Mig era una puttanata – dice Ciancarella – poi mi diede tre spunti sui quali indagare: comandante, si guardi gli orari degli atterraggi dei jet militari la sera del 27 giugno, i missili a guida radar e quelli a testata inerte. Poi non lo sentii più». Ciancarella parlò con l’amico Marcucci che cominciò anche lui a indagare sui segreti di Ustica. Dettori disse a Marcucci che il Mig libico trovato sulla Sila era decollato dalla base italiana di Pratica di Mare e di conoscere due militari che sapevano tutto ed erano disposti a parlare con il magistrato che conduceva l’inchiesta. Il resto è la cronaca di un processo lunghissimo incapace di trovare la verità e di dimostrare l’alto tradimento di alcuni ufficiali superiori al vertice dell’arma azzurra.
Servirà a qualcosa la lunga lotta di Ciancarella?

Fonte: popoffquotidiano.it

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