Jobs Act, la bufala dei contratti a tempo indeterminato

“Gli effetti del Jobs Act hanno portato in due anni ad avere mezzo milione di posti di lavoro in più” scriveva quattro giorni fa il premier Matteo Renzi sul suo profilo Facebook. Il dato fa riferimento al numero degli occupati fotografati dall’Istat (provvisori) a maggio: rispetto al febbraio 2014, come scrive Renzi, gli occupati sono 497mila in più. Il presidente del Consiglio, poi, allarga il respiro della sua interpretazione: “l’80% di questi sono contratti a tempo indeterminato”. È davvero così?

In realtà, dai dati Istat non si possono evincere le tipologie di contratto sottostanti all’incremento del numero degli occupati: come risulta chiaro dalla nota metodologica, per “occupati” l’Istat considera “le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento: hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività” retribuita. Chiaro, dunque, che la cifra fornita dall’Istat non può essere rappresentativa della qualità del nuovo lavoro creato.

I frutti del Jobs Act, se li si vuole saggiare nel merito, possono essere, piuttosto, osservati dagli ultimi dati comunicati dall’Inps, aggiornati ad aprile. La tendenza più recente, com’è noto, è il ridimensionamento della quota dei contratti a tempo indeterminato sul totale dei nuovi contratti: 233mila in meno nei primi quattro mesi dell’anno, pari al -35,1% rispetto al primo quadrimestre 2015. Come scrive l’Inps:

“il calo è da ricondurre al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015, anno in cui le assunzioni potevano beneficiare dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni”.

Allo stato attuale, su un totale di 1.608.791 nuovi rapporti di lavoro 431.924 sono a tempo indeterminato, ossia il 26,8%. Nei primi quattro mesi del 2014 (prima, dunque, dell’entrata in vigore del contratto a tutele crescenti) su 16.821.40 nuovi rapporti di lavoro, quelli a tempo indeterminato erano 482.764, cioè il 28,7%: una quota superiore rispetto a quella attuale.

I dati non cambiano, nella sostanza, anche includendo i contratti convertiti a tempo indeterminato: i rapporti di lavoro a tempo indeterminato erano il 34,9% del totale nel 2014 e il 32,7% nel 2016. Solo nel 2015, insomma, le cose sono andate in modo molto diverso, grazie alla forte riduzione degli oneri contributivi. Facile dunque interrogarsi sull’effettiva efficacia offerta dalla riforma del contratto a tutele crescenti. 

In tal senso, è un altro dato comunicato dall’Inps a far riflettere: nei primi quattro mesi dell’anno il saldo fra contratti a tempo indeterminato (comprensivo delle trasformazioni da contratti a termine) e le cessazioni è stato positivo per 73.146 unità. Com’era andata nel 2014, prima del Jobs Act? Il saldo era ancora più favorevole: 107.929 unità.

Fontewallstreetitalia.com

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