Panama Papers: perché non è coinvolto neanche un big americano?

E’ piuttosto difficile orientarsi a prima vista nella vicenda Panama Papers (che ha già causato le prime dimissioni eccellenti: sono quelle di Sigmundur Gunnlaugsson, premier islandese pesantemente coinvolto). Con 11,5 milioni di documenti trafugati da Mossack Fonseca, la gran parte dei quali ancora ignoti al grande pubblico, qualsiasi analisi si faccia sui dati già circolanti potrebbe essere smentita da nuove rivelazioni. In più, lo scandalo sembrerebbe colpire tutte le fazioni: la Russia, ma anche l’Ucraina. La Siria, ma anche i sauditi. La Cina, ma anche l’Inghilterra. Difficile, quindi, giocare al “chi ci guadagna?”.

Un dato che spicca, tuttavia, c’è già: se gli italiani coinvolti a vario titolo nei traffici delle società offshore sono 800, gli Stati Uniti, che hanno molti più abitanti e un volume di affari, legale e illegale, assolutamente superiore, figurano nei “leaks” con soli 211 nomi. O, meglio, 211 sono i nomi che i giornalisti hanno identificato come americani in base al loro indirizzo, il che non vuol dire che siano necessariamente di nazionalità americana. Fra questi, in ogni caso, non figura nessun nome di spicco. Come mai? Gli esperti forniscono una spiegazione “non complottista”: gli americani preferirebbero utilizzare i canali che passano per le Isole Caiman (la cui legislazione è stata fatta più o meno apposta per i capitali statunitensi) o per le Bermuda. Sembra infatti che, fra i paradisi fiscali, Panama abbia connotazioni troppo “speculative”, mentre il top sarebbe raggiunto solo dalle strutture di Lussemburgo, Isole Caiman e Svizzera. Panama sarebbe un paradiso fiscale più “alla buona”, che oltre tutto avrebbe firmato un accordo di trasparenza con gli Usa, cosa che non invoglierebbe chi ha bisogno al contrario di molta opacità.

Sarà. Eppure gli Usa sono il quarto Paese per numero di intermediari di Mossack Fonseca, che servono appunto per attirare gli investimenti. Il Panama stesso, per dire, è quinto. È inoltre curioso che big di Russia, Cina, Francia, Inghilterra, Arabia Saudita e praticamente ogni altra potenza del mondo si siano rivolti all’agenzia incriminata, laddove tutti gli americani con un conto da nascondere, siano essi boss, politici, trafficanti, speculatori e chi più ne ha più ne metta, ne sono girati attentamente al largo. Se Panama non è così sicura, perché gli uomini di Putin, Assad, Cameron e Xi Jinping non hanno saputo trovare di meglio? Tutti allocchi tranne gli americani?

 Il quadro dei “Papers”, del resto, potrebbe anche cambiare, dato che il network di giornalismo investigativo che ha svelato la vicenda (International Consortium of Investigative Journalists) avrebbe intenzione di rilasciare nuovi scoop ogni giorno, almeno fino al 17 aprile. Ma anche questo è un dato che fa riflettere: un’organizzazione che raccoglie 190 giornalisti di 65 nazioni e che annovera gran parte delle grandi testate di quasi tutte le nazioni occidentali e non solo non costituisce di per sé una grossa multinazionale dell’informazione in grado di condizionare il giornalismo mondiale? Chi decide tempistiche e filtri delle notizie da diffondere? Chi decide su cosa indagare e su cosa no? La cosa è sospetta di per sé, senza dover necessariamente ipotizzare trame e complotti.

E comunque, materiale per qualche sospetto anche in questo senso ce n’è. Per esempio la Open Society di George Soros figura candidamente tra i finanziatori dell’Icij. Ma non solo: l’Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp), partner dell’Icij, ha come partner di nuovo Open Society e poi UsAid, ovvero la United States Agency for International Development, che è di fatto un’agenzia governativa statunitense. Secondo il giornalista William Blum, negli anni 1960 e primi anni 1970 UsAid ha mantenuto “una stretta collaborazione con la Cia, e gli ufficiali dell’agenzia spesso hanno operato all’estero sotto copertura UsAid”. Si può replicare, ovviamente, che se la Cia avesse voluto organizzare un complotto non avrebbe fatto figurare un ente governativo tra i sostenitori dell’Occrp, sul suo sito ufficiale. Può darsi, insomma, che la contro-informazione sia “troppo facile” per essere affidabile. Può darsi. Ma tutto lascia pensare che su questo scandalo dobbiamo ancora capire sin troppe  cose.

a cura di Giorgio Nigra

 

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