Siria. L’altra verità su Aleppo: così i media aiutano il terrorismo

Ci sono varie chiavi di lettura per spiegare la crisi umanitaria di Aleppo est. Quella fornita dai media è nota: il “regime” di Assad e l’aviazione russa assediano una parte della città e bombardano, incessantemente, la popolazione civile. Questa spiegazione è del tutto funzionale al risultato che si vuole raggiungere e spiega ben poco di quanto sta accadendo realmente in quella città e, in generale, nel paese. Ad esempio, non si spiega che i quartieri orientali della città siriana di Aleppo sono stati completamente bloccati dai terroristi che usano donne e bambini come scudi umani. Stupisce che questa notizia, che rappresenta un crimine di guerra, sia del tutto censurata dai media.

Non si spiega che la popolazione civile è ostaggio, in primo luogo, dei terroristi – perché qui, più che altrove, i miliziani anti Assad sono in maggioranza jihadisti –  che hanno occupato e bloccato la parte est di Aleppo e non permettono a nessuno di avvicinarsi ai corridoi umanitari. Nessun civile ha il diritto di utilizzare i punti di controllo di Aleppo che consentono di accedere a quei corridoi, neanche coloro che hanno bisogno di assistenza medica. Negli ultimi tempi, soltanto dodici persone sono state in grado di utilizzare uno di questi posti di blocco, ma in seguito, i gruppi di opposizione hanno aumentato la sicurezza per impedire alla gente di avvicinarsi ai corridoi umanitari. La crisi umanitaria ad Aleppo est è il risultato di questo comportamento criminale messo in campo dai terroristi.

Inoltre, bisogna ripristinare anche un’altra verità, smontando la propaganda utilizzata dall’opposizione armata per screditare “il regime di Assad” e la Russia: è assolutamente falso che in queste settimane i raid aerei abbiano colpito ripetutamente gli ospedali come denunciato dall’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani e dalle organizzazioni umanitarie che hanno considerato attendibili persino i video diffusi da al Qaeda. Non è vero per la semplice ragione che tutti quegli ospedali nella zona est di Aleppo non esistono. E’ una colossale bufala. Nessuno si è mai preso la briga di andare a verificare che cose ci fosse negli edifici colpiti dall’aviazione russa o siriana. Si prende per buona qualunque affermazione arrivi da Aleppo est e, senza controllare la fonte, viene immessa nei circuiti dell’informazione internazionale per diventare prima notizia e, poi, persino verità. Con quella verità si costruiscono decisioni politiche che, a loro volta, provocano ulteriori disastri in un teatro di guerra che, per le sue caratteristiche e implicazioni geopolitiche, è il più complicato dalla seconda guerra mondiale a oggi.

Di queste false notizie si nutre la politica e anche l’opinione pubblica. Un esempio eclatante della costruzione di una menzogna che poi diventa notizia è fornita dai social. A settembre, dopo un presunto bombardamento ad Aleppo, la rappresentanza francese alle Nazioni Unite ha pubblicato un post su Twitter denunciando la distruzione di un ospedale da parte dell’aviazione siriana o russa. Per dimostrare la fondatezza di quella affermazione, l’account “La France à l’ONU” ha pubblicato una foto dell’edificio. Peccato che quella foto si riferisse a un edificio distrutto a Gaza da un raid aereo israeliano e nei confronti del quale aveva espresso la propria condanna niente poco di meno che l’ONU attraverso il  segretario generale Ban Ki -moon.

 

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Il disastro dell’informazione globale sulla Siria nasce anche dal fatto che la fonte privilegiata dai media per raccontare questo conflitto sia l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani. Che cosa esso sia realmente lo ha spiegato bene il New York Times: “Gli analisti militari di Washington si affidano al suo bilancio di soldati e ribelli uccisi per valutare l’evoluzione della guerra. Le Nazioni Unite e le organizzazioni di difesa dei diritti umani rovistano tra i suoi racconti di uccisioni di civili per trovare prove da utilizzare in caso di processo per crimini di guerra. I grandi media citano i suoi dati, noi compreso. Tuttavia, nonostante il suo ruolo centrale in quella selvaggia guerra civile, l’Osservatorio dal nome pomposo si riduce in realtà a un solo uomo “tuttofare”. Il suo fondatore, Rami Abdel Rahman, 42 anni, che è emigrato dalla Siria 13 anni fa, lavora da una casa semi isolata di mattoni rossi situata in una ordinaria strada residenziale di questa tetra città industriale (Coventry, Inghilterra). Il New York Times rivela d’altronde per la prima volta che le operazioni di Rami Abdel Rahman sono in effetti finanziate dall’Unione Europea e da un “paese europeo” che non vuole indicare”. 

Non c’è da aggiungere altro.

Detto ciò, da un punto di vista strategico militare che cosa dovrebbero fare, quindi, il governo di Damasco e la Russia se non quello di cercare di colpire le postazioni dei ribelli qaedisti?

A spiegare quale sia la reale situazione di Aleppo in queste ultime settimane sono stati in tanti. Tutte voci autorevoli e credibili, molto più dei terroristi di al Qaeda e della vasta e incontrollata galassia ribelle. Le loro voci, però, sono state censurate dai più importanti media italiani, che offrono sempre una sola versione. L’ultimo a parlare in ordine di tempo è stato il medico siriano, residente ad Aleppo, Nabil Antaki. Lo ha fatto demolendo la propaganda dei media e dei politici occidentali che, purtroppo, formano un’opinione pubblica che sa poco o nulla di quanto sta accadendo realmente in Siria. Antaki sottolinea come sia profondamente sbagliato equiparare Aleppo est ad Aleppo ovest.

Aleppo ovest è la parte controllata dallo Stato siriano e da un esercito che non solo non ha paura ma ama il suo esercito, un esercito che difende la Siria dalla minaccia dello Stato Islamico, di al Qaeda e da una miriade di sigle jihadiste che non possono certo essere considerati “ribelli moderati”, usando un’espressione ipocrita che piace tanto alla Casa Bianca per giustificare i suoi misfatti in Siria. Quei terroristi occupano oggi Aleppo est come altre parti del paese. I civili che vivono in quella parte della città, sottolinea Antaki, non vedono l’ora che arrivi l’esercito siriano per essere liberati dall’incubo che vivono da oltre 4 anni. E anche la stragrande maggioranza dei cittadini di Aleppo ovest plaude vivamente all’offensiva dell’Esercito siriano perché in questi quattro anni di assedio jihadista hanno sofferto per i tagli dell’acqua e dell’elettricità, per i numerosi blocchi e per i proiettili di mortaio che, ogni giorno, hanno falcidiato la popolazione civile, costringendola ad abbandonare la città.

Ecco le parole del medico siriano pubblicate il 6 ottobre 2016 dalla rivista Témoignage Chrétien:

 “Nonostante la guerra fosse iniziata in Siria nel marzo del 2011, essa effettivamente si propagò in Aleppo nel luglio 2012, quando i «ribelli» armati occuparono alcuni quartieri della zona est, provocando lo sfollamento di cinquecentomila abitanti che non volevano vivere sotto il controllo degli islamisti. Da quel momento, la città è divisa in due parti: la zona est, con il 25% della superficie totale, dove vivono oggi duecentomila abitanti, mentre il resto ha cercato rifugio nella zona occidentale, sotto la protezione dello Stato siriano, che comprende il 75% del territorio complessivo ed è abitata da un milione e mezzo di abitanti.

Dal 2012, i ribelli islamisti lanciano quotidianamente proiettili di mortaio e bombole di gas, riempite di chiodi ed esplosivo, sui quartieri ovest di Aleppo, causando morti e feriti gravi. Due anni fa, hanno anche interrotto l’approvvigionamento idrico (le autorità cittadine hanno fatto scavare trecento pozzi in pieno centro per sostituire l’acqua corrente.) e l’alimentazione elettrica, e più volte hanno imposto blocchi per impedire il rifornimento di derrate alimentari, oli combustibili e altri generi di prima necessità, con conseguenze gravissime.

 L’Esercito siriano, con l’appoggio dei suoi alleati, lotta da quattro anni per liberare Aleppo est dai ribelli armati e restituirla all’amministrazione dello Stato, ma senza esito positivo. Da una parte e dall’altra, bombardamenti e cecchini hanno causato migliaia di vittime e, da quattro anni, la vita in città è un inferno.  Un mese fa, i ribelli armati hanno preso il controllo dell’unica strada che collega Aleppo ovest al resto del mondo, impedendo, come molte volte negli anni scorsi, agli abitanti di lasciare la città o di rientrarvi e causando gravi penurie. Dopo tre settimane di combattimenti, le truppe governative sono riuscite a riconquistarla ed hanno messo sotto assedio i quartieri est. Da due settimane, i ribelli sono quindi bloccati insieme agli abitanti che hanno scelto di non allontanarsi.

 Lo Stato siriano è ormai fermamente deciso a liberare una volta per tutte Aleppo dalle grinfie dei terroristi di al-Nusra, che occupano i quartieri est (al-Nusra è considerato unanimemente dalla comunità internazionale un gruppo terroristico al pari di Daesh).

 Dato che l’Esercito siriano è riuscito ad assediare la parte ribelle di Aleppo, impiega bombardamenti aerei e combattimenti terrestri per raggiungere il suo obiettivo, ma prima di iniziare l’attacco ha lanciato volantini ed inviato messaggi SMS, chiedendo alla popolazione civile rimasta – la maggioranza ha abbandonato Aleppo est nel corso degli anni – di allontanarsi e rifugiarsi nella zona ovest. Ha aperto sette posti di passaggio e molti ne hanno approfittato rischiando la vita, poiché i gruppi armati li ostacolavano, per utilizzarli come scudi umani. Questi atti di guerra fanno naturalmente numerose vittime tra i terroristi, ma anche tra la popolazione civile.

D’altra parte, i terroristi di Aleppo est hanno intensificato i bombardamenti dei quartieri residenziali di Aleppo ovest, con decine di vittime quotidiane. Mercoledì 28 settembre, un diluvio di bombe e bombole è precipitato sul quartiere cristiano di Azizie, causando dieci morti e un numero doppio di feriti. Venerdì 30 settembre, tutti i quartieri di Aleppo sono stati sotto tiro dei ribelli con un bilancio gravissimo: trentasei morti e numerosi feriti gravi. I media occidentali mostrano, però, soltanto immagini con le distruzioni, la sofferenza degli abitanti di Aleppo est e l’indignazione della comunità internazionale. Nessuna notizia, invece, sulla sofferenza degli abitanti di Aleppo ovest, sui morti e feriti causati dai bombardamenti dei ribelli. I cristiani di Aleppo hanno vissuto da sempre nei quartieri del centro città e della zona occidentale. In quattro anni di guerra, tre quarti di loro hanno preso il cammino dell’esodo. Attualmente ne restano circa quarantamila, e i bombardamenti degli ultimi giorni li hanno colpiti deliberatamente”.

 Le parole di Antaki sono le stesse parole che da anni pronunciano altri testimoni di questa carneficina perpetrata dai cosiddetti ribelli. Come dimenticare la lettera con la quale le suore del Convento Carmelitano di Aleppo hanno denunciato le decine di vittime “provocate dai continui bombardamenti con missili, obici e armi sempre più sofisticate nella parte occidentale della città, dove mancano peraltro acqua e elettricità, tagliati dai gruppi armati della parte Est”. Le religiose si sono chieste perché i media internazionali parlino solo delle sofferenze della popolazione che vive sotto il controllo dei jihadisti’ e non dell’intera città.

“Come già sapete dalle informazioni fornite in Occidente, i bombardamenti su Aleppo est sono numerosi. Ma la situazione ad Aleppo ovest non è affatto migliore, sebbene i media non ne parlino. Questa parzialità delle notizie ci addolora molto, perché siamo tutti i giorni direttamente o indirettamente testimoni, per le notizie che riceviamo dai preti o da persone vicine e conosciute, di tutti i disagi vissuti in numerosi quartieri ovest della città: granate, missili ed armi sempre più sofisticate, senza parlare della mancanza totale di acqua e di elettricità, (tagliate dai gruppi armati nemici) che fanno sempre più vittime; i morti e i feriti si contano a decine tutti i giorni”

L’altro giorno un sacerdote che celebra per noi la messa una volta alla settimana è arrivato in lacrime: abita a Midan, un quartiere popolare che da tre anni, senza tregua, è obiettivo di attentati. Questo sacerdote, da una settimana, non smette di seppellire le vittime civili. In un altro quartiere molto popolare, quasi totalmente abitato da musulmani, vicino all’ospedale San Louis gestito dalle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, alcuni obici hanno fatto qualche giorno fa una decina di morti e più di 70 feriti. Non ne possiamo più e chiediamo incessantemente la fine dei combattimenti nella città e dovunque, insieme a una maggiore obiettività nelle notizie, per semplice rispetto verso tutti questi poveri che soffrono”.

Queste parole, non sono certo isolate. La lettera delle religiose si aggiunge alle numerose prese di posizione di preti e vescovi cristiani sulle sofferenze dell’intera città e non solo della parte Est. L’arcivescovo cattolico maronita di Aleppo, Joseph Tobji, di fronte alla Commissione Esteri del Senato, ha fornito una drammatica testimonianza diretta sulla situazione nella seconda città della Siria: “I terroristi tirano ai civili. I bambini morti o mutilati sono migliaia. Aleppo è la città più distrutta dopo Hiroshima. Non ci sono più chiese. Da 5 anni abbiamo la corrente elettrica solo per due ore al giorno. I generatori privati per un’energia minimale di 3 ampere costano l’equivalente di un terzo di uno stipendio mensile. I terroristi hanno tagliato l’acqua alla parte ovest. Io stesso, per la doccia, uso 4 litri di acqua che vengono poi riciclati grazie ad un catino sottostante. Coloro che erano ricchi vivono ora sulla soglia della povertà, gli altri sono drammaticamente sotto. Quando Aleppo è assediata, manca tutto: anche pane e medicinali”.

Qualche giorno dopo è stato padre Ibrahim Alsabagh, parroco nella zona occidentale, dove si trovano quasi un milione e mezzo di persone (molte fuggite da est), a far notare che organizzazioni umanitarie come “Medici senza frontiere” operano solo nella parte controllata dai miliziani: “Per la prima volta in molti anni, è arrivata la scorsa settimana – ha riferito il religioso all’Ansa – una delegazione dell’Unicef, che finora aveva scritto rapporti solo nella zona orientale”. Ma la storia sul ruolo delle organizzazioni umanitarie in questa guerra rappresenta un capitolo che prima o poi andrà affrontato senza alcun timore e reticenza.

a cura di Alessandro Aramu
Fonte: spondasud.it

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